Suicidio da hashish, tra indignazione e beneficio del dubbio

La madre di un ragazzo di Lavagna, Genova, segnala il figlio alla Guardia di Finanza in quanto consumatore e presunto detentore di sostanze stupefacenti “leggere”. I finanzieri piombano a perquisire la stanza del giovane, che si getta dalla finestra e muore. Al funerale, in chiesa, la signora lancia un disperato appello, che non prevede autocritica alcuna.

Gli schieramenti pro e contro la signora, le sue parole, i suoi retropensieri e addirittura la strategia educativa pregressa (in quanto madre) invadono i social network, con le consuete modalità abusate in frangenti del genere.

Ho letto parecchie cose a riguardo, avrei anch’io qualche supposizione da esplicitare, ma perché farlo? In compenso ho assecondato nella mia testa (evidentemente annebbiata anche senza aver assunto colossali dosi di cannabis) un salto logico, e ve lo propongo così come mi interroga.

Qualcuno ricorda forse i commenti a margine della nomina a papa di Jorge Mario Bergoglio? Oltre ai rituali articoli giornalistici eccitati a prescindere, alcuni organi di stampa ripescarono le testimonianze di un paio di sacerdoti duramente vessati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 dalle squadracce dell’ammiraglio Massera, e comunque sopravvissuti durante la dittatura che insanguinò l’Argentina. Bergoglio all’epoca era un quarantenne capobastone dei gesuiti locali e, a quanto pare, si mosse con equilibrio tra l’esigenza di tirar fuori dalle galere quanti più sacerdoti (molti gesuiti) incarcerati e torturati per le loro idee e la loro fattiva opposizione al regime, e la necessità – evidentemente concordata con il suo arcivescovo – di non demolire le residue possibilità di tessitura diplomatica con i maggiorenti di un regime oppressivo e sanguinario, il regime dei desaparecidos.

Dovessimo utilizzare impropriamente (come è accaduto tra gli “analisti” dei fatti accaduti a Lavagna) le categorie politiche dell’estremismo o del moderatismo, liquideremmo la faccenda sostenendo che i preti martiri avevano ragione e Bergoglio torto, oppure che quest’ultimo riteneva opportuna la cautela come unico strumento utile per opporsi per quanto possibile alle atrocità del regime, mentre gli altri preti apparivano come degli avventuristi che pagarono con la vita la proposizione fino all’estremo limite dell’affermazione di un giusto principio. Andrebbe ricordato, a tale riguardo, che lo stesso monsignor Oscar Romero (prima del suo assassinio, il 24 marzo 1980 a San Salvador), il cui processo di beatificazione è stato accelerato proprio da Bergoglio (che lo ha portato a compimento il 23 maggio 2015), fino a pochi mesi prima della sua morte provò ostinatamente a mediare tra le squadracce fasciste guidate dal Maggiore D’Aubisson e i rappresentanti dei contadini vessati e umiliati dal governo e dai proprietari terrieri, ritenendo, così, di operare per il bene del suo popolo.

Se proviamo però a guardare la questione da un altro punto di vista, si potrebbe riflettere, a Lavagna e in Vaticano, più che su estremismo e moderatismo sull’opportunità di tenere insieme il binomio tra indignazione e beneficio del dubbio.

Io non so quanto Bergoglio fosse indignato per quanto accadeva in Argentina tra il 1976 e il 1983. Immagino molto, come qualsiasi persona civile costretta ad assistere ad atrocità avendo però la lucidità di percepirle come tali (circostanza che, ad esempio, era poco chiara nella testa di tanti cittadini tedeschi sotto il nazismo). Possiamo supporre avesse altresì maturato la sensazione che muoversi in un certo modo fosse più opportuno per tutelare al meglio il destino dei suoi confratelli vittime delle atrocità della dittatura argentina.

Dicevo che non posso conoscere i retropensieri del Bergoglio quarantenne; so però che se fosse morto, magari per effetto di un’eccessiva (o inconcludente) esposizione contro il regime, oggi non sarebbe papa. Oggi, dunque, i giornali non scriverebbero di migranti da accogliere, non discetterebbero sulla discussione in seno alla chiesa cattolica a proposito di tanti aspetti etici e nemmeno sulle numerosissime polemiche alimentate dal pontefice in merito agli effetti sulla gente comune dell’economia di mercato, eccetera eccetera. Non assisteremmo neanche ai commossi pensieri diffusi sulle riviste religiose o altrove da padre Alex Zanotelli o dai teologi della liberazione – quei sacerdoti impegnati o biblisti che negli anni 70 e 80 attaccarono più duramente i governi militari e le loro squadracce assecondando sul territorio il proliferare di comunità locali autorganizzate – che giustamente agitano papa Bergoglio come un loro orgoglioso vessillo. Omettendo, talvolta, di ricordare che in quegli anni Bergoglio (che poi diventò arcivescovo di Buenos Aires) era incasellato come un “moderato”, un “democristiano”.

Probabilmente (dico probabilmente) Jorge Mario Bergoglio cercò in passato di tenere assieme indignazione e beneficio del dubbio. Binomio che, credo, lo muove anche oggi nelle sue esposizioni dentro e fuori le parrocchie per cercare di cambiare dal di dentro la sua chiesa: a volte forzando la mano, altre ripiegando in una posizione di ascolto, comunque nominando vescovi progressisti via via che gli anziani cedono il posto. A chiudere il cerchio (tra quanto accaduto ieri e quanto avviene oggi) penseranno gli storici.

Tornando al povero ragazzo suicida, il minimo comune denominatore tra il fatto di cronaca e il parallelo con la storia ed il presente di Bergoglio è l’interrogativo sugli approcci da tenere su questioni (più o meno grandi) di natura etica e sulle vicende umane (più o meno misere) che le accompagnano, con l’eventuale corollario di opinioni tanto più estreme quanto meno utili a contestualizzare i fatti e a costruire un’opinione fondata.

Io non credo sia né giusto né opportuno applicare, anche nel caso dei fatti occorsi al povero ragazzo di Lavagna, le categorie dell’estremismo e del moderatismo: l’estremismo di quelli che “il proibizionismo omicida con la complicità di una mamma” o di quelli che “una mamma incapace perché non capisce nulla di come va il mondo e chiama la polizia piuttosto che parlare con suo figlio”; o il moderatismo di quelli che “tu non sei un genitore e ti metti a pontificare, che ne sai di quanto è difficile convivere con un figlio drogato?”.

Categorie discutibili, forse manichee, tanto più che le informazioni di cui disponiamo su questa drammatica storia sono troppo poche per poter esprimere il benché minimo giudizio (ammesso che sia giusto esprimerlo a prescindere dal contesto). Tra l’altro, se i genitori del ragazzo, per dire, avessero imposto funerali privati, oggi non disporremmo di alcun elemento grazie al quale polemizzare così penosamente.

Ad oggi conosciamo i fatti così come ci sono stati superficialmente resocontati. Sappiamo che il ragazzo suicida era un figlio adottivo e sappiamo che viveva con due genitori disperati.

La sua vicenda suscita tanta, tanta indignazione, ma non saprei proprio dire contro chi. In compenso mi assillano molti dubbi e il desiderio di capire qualcosa in più, oltre le opinioni che mi si piazzano davanti, così malamente stereotipate. Dovremmo infine ricorrere tutti alla pietà: un sentimento che sulle bacheche dei social network non scorre invece quasi mai.

 

Nella foto: ritratto di Monsignor Romero, il giorno della sua beatificazione

 

 

 

 

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