Resistenza, Sindacato, Partito: “l’intellett’animo” di Gianni Alasia

Oggi, 7 febbraio, Gianni Alasia avrebbe compiuto 90 anni. Invece se ne è andato un anno e mezzo fa, il 1 luglio 2015.

Può succedere che la vita ti allontani, per svariate ragioni, da alcuni tra coloro che hanno più fortemente tracciato le coordinate della tua esistenza, ma può rivelarsi consolatorio correre a piangerli al momento del definitivo commiato, non foss’altro per riavvolgere sulla tomba il film della vita e dei ricordi. A me non è accaduto, perché ho saputo casualmente, soltanto un anno dopo, della morte di Gianni.

Di Alasia partigiano nelle brigate Matteotti, di Alasia sindacalista Cgil (Segretario della Camera del Lavoro di Torino dal 1959 al 1974), di Alasia politico (tra i fondatori del Psiup con Vittorio Foa nel 1964, poi dirigente del Pci e di Rifondazione comunista, parlamentare tra il 1983 e il 1987), in tanti potrebbero scrivere meglio di me, con più puntualità e maggior rigore storiografico. In primo luogo Sergio Dalmasso, dirigente comunista piemontese, che con i suoi compagni dell’associazione Cipec ha raccolto, in due distinte pubblicazioni, scritti e testimonianze che ricostruiscono con straordinaria dedizione la vita di Gianni al servizio del movimento operaio in ogni declinazione possibile (storico-culturale, politica e sindacale). Da questo link è possibile scaricare i due Quaderni prodotti dal Cipec: al compimento degli ottant’anni di Gianni, il 7 febbraio 2007, e poco dopo la sua scomparsa.

Io mi limito ad aggiungere qualche ricordo, non prima di aver citato, dall’ultimo Quaderno, tre stralci significativi della “lettera” scritta da Fausto Bertinotti, forse il più noto tra i suoi allievi: “Alasia è stato un dirigente del movimento operaio di quella razza speciale che è albergata a Torino, dalla Resistenza operaia contro il fascismo, alla resistenza di classe contro lo sfruttamento e l’autoritarismo della FIAT nella ricostruzione; alla resistenza contro la discriminazione padronale e di fronte alle sconfitte (…)”.

“Alasia era stato molto legato a Rodolfo Morandi (dirigente socialista dell’immediato dopoguerra, dettagli qui) che, morendo, gli aveva donato la sua medaglietta di parlamentare, quasi una consegna. Morandi aveva detto: ‘Ho sempre messo davanti agli interessi di partito quelli del movimento operaio’ (…)”.

“Aveva vivo quel che Gramsci aveva chiamato lo spirito di scissione, lui, pur così profondamente unitario. Si trattava, allora, con un atto di ribellione di salvare dal naufragio ciò che andava preservato per il futuro. Il futuro, un futuro migliore, per gli oppressi, per l’umanità, è stata la sua ossessione. Di Gramsci aveva raccolto un’altra indicazione: Studiate, studiate perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Così la sua cassetta degli attrezzi si è sempre arricchita di un nuovo saper fare, di una prassi e di un riflettere, di uno studiare e partire da esso. Da qui anche la sua attenzione alla scuola, come si può vedere leggendo quel piccolo capolavoro che è un libro pubblicato da Einaudi, da lui curato, sui lavoratori-studenti (…)”.

“Sapeva parlare con gli ultimi: ne fanno fede gli aneddoti che raccontano come, in occasione di certe sue discese a Roma per le riunioni sindacali, si intratteneva alla stazione con le prostitute per discutere della loro vita grama e per prospettare loro l’impegno nella politica fornendo materiali e libri. Si è detto che aveva un’attitudine missionaria. Non so se sia vero, so che conoscendolo si poteva dare un volto alla moralità. Una moralità forte e particolare perché nasceva dal bisogno del riscatto”.

Per poter aggiungere qualcosa all’altrui ricordo, debbo ricorrere ad aneddoti personali, che mi conducono ad un paesino affacciato sul lago Maggiore, nell’alto novarese (oggi provincia di Verbano-Cusio-Ossola), nel lontanissimo 1981. Gianni trascorreva lì, a Comnago di Lesa, le sue vacanze e non ho mai compreso perché un giorno, di punto in bianco, fermò per strada uno sconosciuto, un bambino di dieci anni, per regalargli un libro sull’artigianato piemontese (all’epoca era Assessore regionale al Lavoro e all’Artigianato). Curiosamente non mi apparve un eccentrico, bensì un simpatico signore che adorava i bambini. Ne ebbi conferma a più riprese. Quanto prima lo presentai ai miei genitori, che gli affidarono il figlio in tante gite pomeridiane. Gianni mi portò al giardino Alpinia di Stresa, per condividere la sua passione per la natura, i paesaggi e le erbe mediche, e per presentarmi il custode di allora, un ex partigiano a cui le SS spaccarono tutti i denti con il calcio di un fucile; mi incantò per ore, in tante circostanze, con racconti umanissimi di vita partigiana; mi descrisse la Torino del dopoguerra (alcuni anni dopo, andammo più volte a riscoprirla insieme); soprattutto aiutò un ragazzino a definire i contorni della parola dignità.

La dignità aveva le sembianze di un cane, meravigliosa bestiola di stazza media, pelo rosso e sguardo malinconico. Gianni gli diede il nome di Barone, dopo aver conosciuto il suo composto randagismo per le stradine di Comnago. Barone aveva fame, la stessa che aveva provato Gianni sui monti intorno a Torino, prima della Liberazione. Così lo ospitò a casa, lo fece ripulire dall’adorata Pierina, sua moglie, e si dedicarono vicendevolmente interminabili serate.

Lo aveva simpaticamente battezzato Barone perché colpito dalla sua signorilità: Barone non chiedeva nulla, si limitava a guardare l’interlocutore con i suoi occhioni tristi, retaggio di un passato di abbandono. In più d’una delle nostre “gite”, portammo con noi Barone, che nella sua vita precedente era stato chiamato Charlie (così raccontavano in paese), nonché ripetutamente maltrattato.

In quegli anni morì Enrico Berlinguer e ricordo di aver partecipato ad uno scambio di battute tra Gianni e un altro grande personaggio che dimorava in quel paesino nei mesi estivi, l’ex dirigente dell’Associazione ex deportati nei campi di sterminio Teo Ducci, a proposito dell’imminente elezione alla segreteria del Partito Comunista di Alessandro Natta. In quegli anni iniziava a cambiare la storia della sinistra italiana, e con essa il destino politico del Paese.

I ricordi più belli sono però quelli “insignificanti”, come quella volta che transitai sotto le finestre (aperte) della sua casa, incuriosito da strane chiacchiere, ore e ore di chiacchiere, nugoli di fumo di sigaretta per un intero pomeriggio. L’indomani gliene chiesi conto: dato che avevano suonato alla porta i Testimoni di Geova, li aveva fatti entrare e volle capire, lui, ateo, che cosa potesse alimentare le loro convinzioni.

Al compimento dei suoi ottant’anni, volle scrivere ai compagni una lettera di ringraziamento, di cui mi mandò copia (mi inviava per posta tutto ciò che produceva). Scrisse tra l’altro: “A ottant’anni ti si presentano come in un coro tanti ricordi, tanti volti, tanta nobiltà, saggezza e generosità, ed anche tanta miseria e pochezza di intelletti-animo (di intelletto ma non solo, anche di animo, come un giorno mi spiegò Rodolfo Morandi parlando di certi personaggi)”. Ecco, l’intellett’animo era la sua cifra, stilistica e non soltanto: addizionava naturalmente il rigore morale alla cultura ad ampio spettro, partendo sempre dalle pieghe della “sua” Torino, dai problemi concreti della sua gente, a scuola e sul posto di lavoro.

Quando, nel 1991, mi affacciai a curiosare dalle parti di un nascente movimento politico, Rifondazione comunista, lo cercai subito. Seppi che precedentemente era fuoriuscito dal Pds di Achille Occhetto e di lì a poco, a Marina di Carrara, si sarebbe aperto il primo congresso di quel movimento: ci andai e ci incontrammo, con grande commozione. Venne poi nominato Coordinatore di Rifondazione comunista a Torino, mentre a Roma si insediava, primo segretario, un suo compagno di lotta partigiana e di militanza sindacale in Cgil, Sergio Garavini. Me lo presentò un giorno a Torino, avevo ventidue anni, in occasione di una manifestazione conclusasi in piazza Castello, e con mio sgomento mi lasciò a pranzo con lui e altri sette-otto dirigenti di quel partito affinché facessi conoscenza, mentre lui tornava a pranzo dalla sua Pierina. Pochi anni dopo, il neosegretario Fausto Bertinotti scese dal palco durante un’assemblea per rendergli omaggio tra il pubblico mentre, casualmente, Gianni stava chiacchierando con me. Non perse l’occasione di presentarmi a Bertinotti, non senza raccontargli chi fossi e che cosa rappresentassi per lui.

Gianni Alasia ha lasciato traccia di sé con molti libri. Non era uno scrittore, ma amava testimoniare ogni fase cruciale della vita. Le sue ultime tre opere hanno riguardato la militanza politica degli anni più recenti e la Resistenza.

In Partito amato amaro Partito (editore Emmelibri, 1999) ha voluto meglio descrivere “nobiltà e saggezza” contrapposte a “miseria e pochezza”, ovvero le due sfaccettature dell’intellett’animo di cui sopra, nelle sue declinazioni politiche più recenti.

I due libri sulla Resistenza sono invece serviti a ripercorrere la sua esistenza in tempo di guerra.

Le ville dei pescecani (ossia le dimore dei ricchi possidenti che hanno facilitato a Torino l’avvento del fascismo) hanno dato il titolo (Edizioni Don Milani, 1990) alla descrizione della vita di un balilla che a diciassette anni conobbe sui monti torinesi i banditen delle Brigate socialiste Matteotti, nelle quali Gianni militò.

Nelle verdi vallate dei tassi: la libertà! (Edizioni Visual Grafika, 2008) è invece un delizioso racconto della guerra di Liberazione “attraverso le gesta degli animali che danno vita alla banda della Spinoncia”. In questa storia, scritta in tarda età, ho ritrovato anche il suo amore per i bambini, ovvero i tratti di leggerezza che di certo gli appartenevano.

Un anno prima, rispondendo ad un’intervista in occasione dei suoi ottant’anni, aveva ricordato i suoi nipoti e pronipoti, “gioia della nostra vecchiaia: ci portano in più spirabil aere, mezza realtà e mezza fantasia…”. Chiosò citando il grande condottiero cubano Josè Martì: “Los ninos son la esperanza del mundo”.

 

 

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