La cattiva scuola che dà i voti ai suoi bambini

Il maestro Franco Lorenzoni insegna da 38 anni e il titolo di uno dei suoi libri introduce in due parole il suo pensiero: I bambini pensano grande (Sellerio editore).

Oggi Internazionale ha pubblicato un suo pezzo, che descrive l’inutilità dell’”epidemia valutativa” che pervade le scuole italiane, a cominciare dalle elementari (o “primaria” che dir si voglia).

Scrive Lorenzoni:

“Insegno nella scuola elementare da 38 anni e continuo a domandarmi come sia concepibile affibbiare a un bambino un voto in geografia, italiano o matematica nei primi anni di scuola. A chi stiamo dando quel voto? Al grado di istruzione della sua famiglia? Al grado di ascolto che hanno avuto le sue prime parole a casa? Alle esperienze che ha avuto la fortuna di fare? Al destino che ha fatto giungere proprio qui la sua famiglia da campagne analfabete o dalle periferie di qualche megalopoli africana o asiatica?

Sono convinto che quei voti non abbiano alcuna giustificazione e non contengano alcun valore pedagogico. Eppure un peso ce l’hanno, eccome! È a partire da quei primi voti, attesi da casa con sempre maggiore trepidazione, che la bambina o il bambino comincerà a scivolare e collocarsi, come la pallina di una roulette, dentro alla casella data da una classifica arbitraria di presunti meriti, che aumenteranno o avviliranno grandemente la sua fiducia in se stesso (…)”.

E ancora:

Diversità è bellezza può essere un bello slogan, ma rischia facilmente di scivolare nella retorica se non ci diciamo quanto la convivenza tra diversi comporti fatica, lavoro, impegno e una grandissima creatività nel sapere affrontare giorno per giorno difficoltà di ogni genere, che non provengono solo dalla presenza di tante e diverse lingue e culture, ma da molteplici difficoltà familiari che si riversano nella scuola. La quantità di sofferenze e insofferenze di ogni genere, portate nella scuola da bambine e bambini, sono infatti in continuo aumento.

Di fronte a questa sfida culturale, di cui troppo pochi si assumono la portata politica, la scuola appare fragile, talvolta si richiude in se stessa e sembra investita da una sorta di epidemia valutativa. Assistiamo al paradosso di ore e ore di corsi dedicati alla valutazione degli apprendimenti e all’attestazione delle competenze, senza un equivalente impegno a dar vita e sperimentare contesti capaci di costruire le competenze, valorizzando conoscenze ed esperienze diverse che i bambini covano in se stessi”.

Qui trovate il suo articolo integrale.

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